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parole e musica di JonLivingstone.
registrato giovedì, 23 luglio 2009 alle ore 12:25.

I bring you a tale of the broken seas
and I'm drowning in whisky and beer
my doctor reports if I don't stop soon
I'll drown in an ocean of tears

I looked to you and saw my desire
went from the frying pan into the fire
surrendered to sorrow and was undone
now I'm praying that it won't be long

we fucked up the sun into kingdom come
you are under my blood and my skin
living life at each other's throats
in the gilded sailboat of sin

ours was an ocean to swim around in
ours was an ocean I should have drowned in
my doctor reports that we must be strong
but I'm praying that it won't be long


"Ballad of the Broken Seas" è la canzone che dà il titolo alla prima uscita della coppia più improbabile (ma meglio amalgamata) del rock alternativo, l'eterea elfa scozzese Isobel Campbell e il ruvido desperado americano Mark Lanegan. Si tratta, come del resto tutte le altre canzoni dell'album, di un folk semplice e sentito per piano, chitarra e due voci; il testo, di conseguenza, è breve e ruota tutt'intorno ad un'unica metafora, non certo nuova: l'alcol, come modo più ovvio- ma non per questo indolore- di curare i propri dispiaceri sentimentali.
Adesso, il sottoscritto pensa che l'unica giustificazione per usare una metafora così banale sia l'avvicinarvisi con semplicità e rispetto, cercando di aggiungervi qualcosa di proprio, ma non troppo. Qui, ad esempio, l'oceano in cui affogare è insieme quello del whiskey e quello del sesso. Pessima idea, quella di affogare i propri problemi nell'alcol, perchè spesso i tuoi problemi sanno nuotare. Perciò la parola "ocean" e la parola "drown", "affogare", si ripetono un numero di volte tale che, in un testo di soli dodici versi, verrebbe voglia di accusare i due di ripetitività. Eppure, ogni volta ritornano con una sfumatura diversa. All'inizio il nostro Mark sta affogando nel whiskey e nella birra, ma poi sono le lacrime che cercano di sopraffarlo. E, se il dottore lo mette in guardia, non è certo contro le lacrime. Ma del resto, a lui cosa gliene frega, degli avvisi del dottore? Per ben due volte, ci dice, l'unica cosa per cui prega è perchè le cose non si trascinino troppo a lungo. Sì, un bel momento di disperazione da bar di periferia, impossibile non vedere il logoro cappotto di Mark Lanegan che si trascina da un sudicio sgabello ad un altro.
Ed in mezzo, cosa c'era stato? Un amore di quelli così forti da capire che, appena la vedi, sei già "finito dalla padella alla brace, arreso alla tristezza e totalmente spezzato".
Certo, in mezzo i due hanno avuto l'aria di divertirsi parecchio: perfino la bionda, delicata Isobel nascondeva del marcio dentro di sè. E così, anche se i due hanno "fottuto il sole fino alla fine dei tempi" ("kingdom come", il Regno che arriva, che, anche se nel linguaggio comune indica semplicemente un tempo remoto, è un'immagine apocalittica tanto appropriata da far male), lei deve avere un ruolo non secondario,salpando con lui sulla "barca dorata del peccato". Attenzione, "gilded" è uno di quegli aggettivi difficilmente traducibili. Non è "golden", non ha molto a che fare con l'oro, indica più che altro una patina dorata superficiale, che viene via col tempo. Così è stato: Isobel entra nel coro finale per dire che "il nostro era un oceano da nuotarci attorno, il nostro era un oceano nel quale avrei dovuto affogare". Di nuovo, l'oceano dell'alcol e dell'amore che si confondono. Le immagini si fondono in un'unica immagine, quel "mare spezzato" che a loro deve essere sembrato la cosa più importante dell'album, nella sua semplicità e immediatezza. Cos'ho detto, prima? Che l'unica giustificazione per usare una metafora già abusata è quella di averla trattata con semplicità? Forse. Ma mi correggo, in fondo credo che l'unica giustificazione per usare una metafora già abusata sia quella di suscitare emozioni nonostante tu non sia il primo ad usarla, e questo lo puoi fare solo in poche parole dirette, senza fronzoli, che tutti possano capire. Così è rock, così è poesia. Altrimenti è masturbazione letteraria, mancanza di coraggio.
" non è di certo un crimine
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parole e musica di JonLivingstone.
registrato lunedì, 04 maggio 2009 alle ore 19:54.

Do you know what it's like to fall on the floor
And cry your guts out 'til you got no more
Hey man now you're really living

Have you ever made love to a beautiful girl
Made you feel like it's not such a bad world
Hey man now you're really living

Now you're really giving everything
And you're really getting all you gave
Now you're really living what
This life is all about

Well i just saw the sun rise over the hill
Never used to give me much of a thrill
But hey man now you're really living

Do you know what it's like to care too much
'bout someone that you're never gonna get to touch
Hey man now you're really living

Have you ever sat down in the fresh cut grass
And thought about the moment and when it will pass
Hey man now you're really living

Now you're really giving everything
And you're really getting all you gave
Now you're really living what
This life is all about

Now what would you say if i told you that
Everyone thinks you're a crazy old cat
Hey man now you're really living

Do you know what it's like to fall on the floor
And cry your guts out 'til you got no more
Hey man now you're really living

Have you ever made love to a beautiful girl
Made you feel like it's not such a bad world
Hey man now you're really living

People sing
Do you know what it's like to fall on the floor
And cry your guts out 'til you got no more
Hey man now you're really living

Just saw the sun rise over the hill
Never used to give me much of a thrill
But hey man now i'm really living


Hey Man (Now You're Really Living)” è la classica canzone che un artista, all'inizio, si vergogna di scrivere. Uno come Mr.E, la mente pensante degli Eels, poi. Uno che è diventato famoso per canzoni pop intelligenti e malinconiche, espressione di un umore nero molto sfumato, di un certo male di vivere adolescenziale. Chi gliel'ha fatto fare, ci si potrebbe chiedere, di aggiungere del folle divertissement ad una carriera che contava capolavori dell'esistenzialismo suicida da cameretta come “Beautiful Freak” e “Souljacker”?

L'ha fatto perché la canzone in questione è una di quelle che ti si incollano al primo ascolto da qualche parte del cervelletto, per melodia e soprattutto parole. Nel mondo della cosiddetta musica pop, generazioni di geni, da Buddy Holly a Steve Morrissey a Damon Albarn, non hanno avuto bisogno di molte altre motivazioni per entrare in sala registrazione.

E poi, insomma, quelle immagini che popolano questi tre minuti scarsi di ritmo sostenuto, coretti e sassofono, quanto sembrano banali. E quanto in un certo modo lo sono. “Sai che vuol dire gettarti a terra/ e piangere tutto quello che hai dentro finché non ce n'è più?” Dio, Livingstone, ci starai mica propinando una canzone -aiuto- di un gruppo emo? Aspettate, miscredenti.

Come il maestro Nick Hornby insegna, spesso scrivere di un'opera significa andare a cercare le figure femminili che stanno dietro. Lo si capisce subito, dalla seconda strofa, dov'è che il nostro vuole andare a parare: “hai mai fatto l'amore con una bella ragazza/ che ti ha fatto pensare che il mondo non sia poi un posto così brutto/ hey, amico, adesso stai vivendo davvero”. Ed infatti lo ripete almeno un paio di volte, in un testo così breve. Capito? Sembra che il pezzo parli di tutte le cose belle e brutte che rendono la vita tale, quando in realtà è sempre lì che nelle canzoni ci si riduce. Il momento di felicità smarrita, con risvolti malinconici, dopo un incontro degno di nota, anche se magari fugace; adolescenziale appunto. È allora che il tramonto (che prima non ti aveva mai dato “much of a thrill”) prende un altro significato; è allora che rischi di essere schernito dai tuoi amici per il tuo volertene stare sdraiato su di un prato a pensare solo al Momento, e al giorno in cui passerà. È in questa felicità che contiene il germe della malinconia, che si può racchiudere l'adolescenza di più o meno chiunque.

In fondo, e perfino certe canzoni di artisti “colti”* come Bob Dylan e Nick Cave stanno lì a dimostrarlo, la canzone pop-rock nasce per esprimere sentimenti immediati con parole semplici. Poi, possono venire anche le canzoni d'amore a tema metafisico, con forte introspezione psicologica. Piacciono anche a me, cosa credete? Ma non posso dire di non apprezzare una canzone che, con ironia, leggerezza e senza banalità, mi ricorda una giornata della mia adolescenza al parco sotto il sole. Una qualunque, perchè è all'universalità che l'arte punta, no?

 

* Notare le virgolette: chi scrive non crede che possa esistere un'arte "colta" e una "incolta". Specialmente se parliamo di popular music.

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parole e musica di JonLivingstone.
registrato martedì, 21 aprile 2009 alle ore 16:00.


Drink up baby, stay up all night
With the things you could do
You won't but you might
The potential you'll be that you'll never see
The promises you'll only make
Drink up with me now
And forget all about the pressure of days
Do what I say and I'll make you okay
And drive them away
The images stuck in your head

The people you've been before
That you don't want around anymore
That push and shove and won't bend to your will
I'll keep them still

Drink up baby, look at the stars
I'll kiss you again between the bars
Where I'm seeing you there with your hands in the air
Waiting to finally be caught
Drink up one more time and I'll make you mine
Keep you apart, deep in my heart
Separate from the rest, where I like you the best
And keep the things you forgot

The people you've been before
That you don't want around anymore
That push and shove and won't bend to your will
I'll keep them still

Between the Bars, da “Either/ Or” del 1997, è ben più di una semplice canzone. Innanzitutto, è una cosetta di una perfezione melodica rara, nel suo equilibrio di voce e chitarra, e già non è facile. Poi c'è il conseguente fatto di essere un modello per centinaia di ballad scritte nel decennio successivo da cantautori indie dalla faccia più pulita – e dall'anima troppo, troppo più pulita- nel candore delle loro camerette. C'è, infine, il fatto di essere l'espressione diretta di un ego disastrato, affogato nell'alcol bevuto per dimenticare i propri sogni di successo finiti troppo presto, nel momento in cui si trova a ringraziare l'unica persona che lo tiene attaccato al mondo: la sua fidanzata, Jennifer Chiba.

Elliott Smith era uno di quei cantautori che, come Guccini o Leonard Cohen, non riescono a trasformare la propria voce nella voce dell'umanità – di quella fetta d'umanità che considera una canzone una cosa importante, almeno- se non mettendo in scena sé stessi. Di solito questa gente ti lascia con il dubbio, non secondario, che il loro mettere in musica la propria vita non sia altro che una posa, o nel migliore dei casi un meccanismo di finzione. Se diamo uno sguardo alla breve e tormentata vita di Elliott Smith, però, e la mettiamo a confronto con una canzone come Between the Bars, i dubbi sono pochi. Dallo sfortunato esordio con gli Heatmiser (cosa c'è di peggio del creare un gruppo grunge a Seattle dopo che “Nevermind” è già uscito?) al misterioso suicidio del 2003, passando per l'alcolismo e per il suo disagio nel completo bianco alla notte degli Oscar del 1997 vinto dalla colonna sonora di “Titanic” contro la sua canzone per “Will Hunting-Genio ribelle” (certe puttanate non le fanno solo a Sanremo), tutto è riassumibile in questi due minuti e mezzo di chitarra e voce.

Il verbo più usato, dal primissimo verso della canzone, è “drink”, anzi “drink up”: bevi fino in fondo, baby, stattene in piedi tutta la notte. E, anche se la canzone è tutto sommato dedicata alla sua ragazza, si capisce che parla a sé stesso. Quante volte, in una vita girovaga, in una carriera che stentava a decollare, si sarà chiuso a cercare di affogare in una cassa di birra “tutte le cose che potresti fare, non le farai, ma potresti”. Il terrore di essere un potenziale sprecato, uno dei tanti falliti con manie di grandezza che l'America ha allevato nel proprio sogno e poi rigettato sulle proprie strade. Meglio bere, ancora. “La pressione dei giorni” e le “immagini incastrate nella tua testa”, meglio mandarle via con l'alcol.

È quanto mai chiaro che sta parlando a sé stesso, quando dice “bevi insieme a me”: non può avercela con la sua ragazza, con quella che aveva salvato la sua carriera nel 1994 convincendolo, praticamente a forza, a spedire alcuni suoi pezzi alla Cavity Search Records, per quello che poi sarebbe diventato il suo esordio “Roman Candle”. No, qui la donna è, come troppo spesso le tocca essere nella storia della poesia, una specie di pretesto, di scenario sul quale si agita il paesaggio interiore di chi scrive. Eppure, quanta gratitudine c'è, adesso. “Le persone che eri un tempo” le dice “e che non vuoi più attorno”, sarà lui a tenerle al largo. La confusione fra i ruoli di lui e lei diventa totale, a questo punto, e non può essere altrimenti.

La sua tentazione è quella di lasciarla andare, in un ipocrita voler salvare almeno lei dal suo fallimento, dalla dipendenza che potrebbe incatenarlo fino alla morte - e, credetemi, lo farà. Allora, come da titolo: “Ti bacerò ancora, fra le sbarre, da dove ti vedo con le mani in alto” -aspettate, aspettate: la parola “bar”, in inglese, vuol dire “sbarre”; ma, fra le altre cose, indica anche le battute di una brano musicale. E se fosse questo che intendeva, o tutte e due le cose insieme (che poesia esisterebbe, senza ambiguità?), una dichiarazione di appartenenza, tutto sommato, alle proprie canzoni, cui non rinuncerebbe mai neanche se tutti i suoi sogni di fama e successo andassero alle ortiche? Darebbe un altro senso a quel suo finale perfino troppo stucchevole, quel “ti terrò nel mio cuore, separata dal resto, dove mi piaci di più”. In questo finale, Elliott non si sta piegando all'ennesimo cliché, ma lo sta riutilizzando, stravolgendolo, usandolo non come un modo ipocrita di dichiarare chiusa una relazione, ma di restituire al cuore un posto separato dall'arte, nel momento in cui capisce che sceglierà l'arte. È a quel punto che la canzone recupera un po' di forma canzone, quella che sembrava solo una piccola variazione in versi diventa un vero ritornello. Il pezzo si chiude qua, troppo breve per avere una struttura definita, troppo breve per dare risposte alle domande che pone.

Il suo autore si comporterà nello stesso modo, oscillando fra recuperi e ricadute, continuando per alcuni anni a porre domande che il suo comportamento lascerà senza speranza di risposta. Lui abusava di sé stesso, viveva di eccessi e di oscurità: ma, come poche volte succede, la sua musica non lo seguiva nel lato oscuro. La sua musica era una via di fuga quieta e luminosa, fatta di piccole gemme piuttosto che di grandi exploit melodrammatici. Le sue canzoni puzzavano di birra, ma non erano ubriache.

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