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“Hey Man (Now You're Really Living)” è la classica canzone che un artista, all'inizio, si vergogna di scrivere. Uno come Mr.E, la mente pensante degli Eels, poi. Uno che è diventato famoso per canzoni pop intelligenti e malinconiche, espressione di un umore nero molto sfumato, di un certo male di vivere adolescenziale. Chi gliel'ha fatto fare, ci si potrebbe chiedere, di aggiungere del folle divertissement ad una carriera che contava capolavori dell'esistenzialismo suicida da cameretta come “Beautiful Freak” e “Souljacker”?
L'ha fatto perché la canzone in questione è una di quelle che ti si incollano al primo ascolto da qualche parte del cervelletto, per melodia e soprattutto parole. Nel mondo della cosiddetta musica pop, generazioni di geni, da Buddy Holly a Steve Morrissey a Damon Albarn, non hanno avuto bisogno di molte altre motivazioni per entrare in sala registrazione.
E poi, insomma, quelle immagini che popolano questi tre minuti scarsi di ritmo sostenuto, coretti e sassofono, quanto sembrano banali. E quanto in un certo modo lo sono. “Sai che vuol dire gettarti a terra/ e piangere tutto quello che hai dentro finché non ce n'è più?” Dio, Livingstone, ci starai mica propinando una canzone -aiuto- di un gruppo emo? Aspettate, miscredenti.
Come il maestro Nick Hornby insegna, spesso scrivere di un'opera significa andare a cercare le figure femminili che stanno dietro. Lo si capisce subito, dalla seconda strofa, dov'è che il nostro vuole andare a parare: “hai mai fatto l'amore con una bella ragazza/ che ti ha fatto pensare che il mondo non sia poi un posto così brutto/ hey, amico, adesso stai vivendo davvero”. Ed infatti lo ripete almeno un paio di volte, in un testo così breve. Capito? Sembra che il pezzo parli di tutte le cose belle e brutte che rendono la vita tale, quando in realtà è sempre lì che nelle canzoni ci si riduce. Il momento di felicità smarrita, con risvolti malinconici, dopo un incontro degno di nota, anche se magari fugace; adolescenziale appunto. È allora che il tramonto (che prima non ti aveva mai dato “much of a thrill”) prende un altro significato; è allora che rischi di essere schernito dai tuoi amici per il tuo volertene stare sdraiato su di un prato a pensare solo al Momento, e al giorno in cui passerà. È in questa felicità che contiene il germe della malinconia, che si può racchiudere l'adolescenza di più o meno chiunque.
In fondo, e perfino certe canzoni di artisti “colti”* come Bob Dylan e Nick Cave stanno lì a dimostrarlo, la canzone pop-rock nasce per esprimere sentimenti immediati con parole semplici. Poi, possono venire anche le canzoni d'amore a tema metafisico, con forte introspezione psicologica. Piacciono anche a me, cosa credete? Ma non posso dire di non apprezzare una canzone che, con ironia, leggerezza e senza banalità, mi ricorda una giornata della mia adolescenza al parco sotto il sole. Una qualunque, perchè è all'universalità che l'arte punta, no?
* Notare le virgolette: chi scrive non crede che possa esistere un'arte "colta" e una "incolta". Specialmente se parliamo di popular music.
Drink up baby, stay up all night
With the things you could do
You won't but you might
The potential you'll be that you'll never see
The promises you'll only make
Drink up with me now
And forget all about the pressure of days
Do what I say and I'll make you okay
And drive them away
The images stuck in your head
The people you've been before
That you don't want around anymore
That push and shove and won't bend to your will
I'll keep them still
Drink up baby, look at the stars
I'll kiss you again between the bars
Where I'm seeing you there with your hands in the air
Waiting to finally be caught
Drink up one more time and I'll make you mine
Keep you apart, deep in my heart
Separate from the rest, where I like you the best
And keep the things you forgot
The people you've been before
That you don't want around anymore
That push and shove and won't bend to your will
I'll keep them still
Between the Bars, da “Either/ Or” del 1997, è ben più di una semplice canzone. Innanzitutto, è una cosetta di una perfezione melodica rara, nel suo equilibrio di voce e chitarra, e già non è facile. Poi c'è il conseguente fatto di essere un modello per centinaia di ballad scritte nel decennio successivo da cantautori indie dalla faccia più pulita – e dall'anima troppo, troppo più pulita- nel candore delle loro camerette. C'è, infine, il fatto di essere l'espressione diretta di un ego disastrato, affogato nell'alcol bevuto per dimenticare i propri sogni di successo finiti troppo presto, nel momento in cui si trova a ringraziare l'unica persona che lo tiene attaccato al mondo: la sua fidanzata, Jennifer Chiba.
Elliott Smith era uno di quei cantautori che, come Guccini o Leonard Cohen, non riescono a trasformare la propria voce nella voce dell'umanità – di quella fetta d'umanità che considera una canzone una cosa importante, almeno- se non mettendo in scena sé stessi. Di solito questa gente ti lascia con il dubbio, non secondario, che il loro mettere in musica la propria vita non sia altro che una posa, o nel migliore dei casi un meccanismo di finzione. Se diamo uno sguardo alla breve e tormentata vita di Elliott Smith, però, e la mettiamo a confronto con una canzone come Between the Bars, i dubbi sono pochi. Dallo sfortunato esordio con gli Heatmiser (cosa c'è di peggio del creare un gruppo grunge a Seattle dopo che “Nevermind” è già uscito?) al misterioso suicidio del 2003, passando per l'alcolismo e per il suo disagio nel completo bianco alla notte degli Oscar del 1997 vinto dalla colonna sonora di “Titanic” contro la sua canzone per “Will Hunting-Genio ribelle” (certe puttanate non le fanno solo a Sanremo), tutto è riassumibile in questi due minuti e mezzo di chitarra e voce.
Il verbo più usato, dal primissimo verso della canzone, è “drink”, anzi “drink up”: bevi fino in fondo, baby, stattene in piedi tutta la notte. E, anche se la canzone è tutto sommato dedicata alla sua ragazza, si capisce che parla a sé stesso. Quante volte, in una vita girovaga, in una carriera che stentava a decollare, si sarà chiuso a cercare di affogare in una cassa di birra “tutte le cose che potresti fare, non le farai, ma potresti”. Il terrore di essere un potenziale sprecato, uno dei tanti falliti con manie di grandezza che l'America ha allevato nel proprio sogno e poi rigettato sulle proprie strade. Meglio bere, ancora. “La pressione dei giorni” e le “immagini incastrate nella tua testa”, meglio mandarle via con l'alcol.
È quanto mai chiaro che sta parlando a sé stesso, quando dice “bevi insieme a me”: non può avercela con la sua ragazza, con quella che aveva salvato la sua carriera nel 1994 convincendolo, praticamente a forza, a spedire alcuni suoi pezzi alla Cavity Search Records, per quello che poi sarebbe diventato il suo esordio “Roman Candle”. No, qui la donna è, come troppo spesso le tocca essere nella storia della poesia, una specie di pretesto, di scenario sul quale si agita il paesaggio interiore di chi scrive. Eppure, quanta gratitudine c'è, adesso. “Le persone che eri un tempo” le dice “e che non vuoi più attorno”, sarà lui a tenerle al largo. La confusione fra i ruoli di lui e lei diventa totale, a questo punto, e non può essere altrimenti.
La sua tentazione è quella di lasciarla andare, in un ipocrita voler salvare almeno lei dal suo fallimento, dalla dipendenza che potrebbe incatenarlo fino alla morte - e, credetemi, lo farà. Allora, come da titolo: “Ti bacerò ancora, fra le sbarre, da dove ti vedo con le mani in alto” -aspettate, aspettate: la parola “bar”, in inglese, vuol dire “sbarre”; ma, fra le altre cose, indica anche le battute di una brano musicale. E se fosse questo che intendeva, o tutte e due le cose insieme (che poesia esisterebbe, senza ambiguità?), una dichiarazione di appartenenza, tutto sommato, alle proprie canzoni, cui non rinuncerebbe mai neanche se tutti i suoi sogni di fama e successo andassero alle ortiche? Darebbe un altro senso a quel suo finale perfino troppo stucchevole, quel “ti terrò nel mio cuore, separata dal resto, dove mi piaci di più”. In questo finale, Elliott non si sta piegando all'ennesimo cliché, ma lo sta riutilizzando, stravolgendolo, usandolo non come un modo ipocrita di dichiarare chiusa una relazione, ma di restituire al cuore un posto separato dall'arte, nel momento in cui capisce che sceglierà l'arte. È a quel punto che la canzone recupera un po' di forma canzone, quella che sembrava solo una piccola variazione in versi diventa un vero ritornello. Il pezzo si chiude qua, troppo breve per avere una struttura definita, troppo breve per dare risposte alle domande che pone.
Il suo autore si comporterà nello stesso modo, oscillando fra recuperi e ricadute, continuando per alcuni anni a porre domande che il suo comportamento lascerà senza speranza di risposta. Lui abusava di sé stesso, viveva di eccessi e di oscurità: ma, come poche volte succede, la sua musica non lo seguiva nel lato oscuro. La sua musica era una via di fuga quieta e luminosa, fatta di piccole gemme piuttosto che di grandi exploit melodrammatici. Le sue canzoni puzzavano di birra, ma non erano ubriache.