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Gatto Ciliegia contro il grande freddo oltre ad avere il nome che sembra uscito da una favola dei Grimm, ha - a parer mio - tutto il diritto di reclamare il titolo di miglior gruppo post-rock italiano. Se poi si prende in esame un album come disconoir, che è una mescolanza di atmosfere sia post-rock che noir, di spy-stories e di musiche da ascensore americano, il titolo di miglior gruppo può sconfinare anche in altri generi. Il nome del gruppo è più che significativo: contro il grande freddo. Il grande freddo dei gruppi tipici del post-rock, fossilizzati ancora su arpeggi di chitarre pulite per minuti e minuti. L'intro "quando eravamo re" segue questo stile, ma è - appunto - un intro. Già da "niente baci alla francese", seconda traccia, senti il retrogusto cinematografico, da colonna sonora di un poliziesco qualsiasi. L'atmosfera è facilmente creata e, allo stesso tempo, stravolta. "doctor killdare" è ancora da film, ma uno di quei thriller che ti lasciano senza fiato, così com'è pronta a fare la musica con chitarre semi-distorte e la poesia strumentale che senti salire, sempre più tesa. "stella che non dimentica" - la prima stella dell'album - segna l'ingresso del primo ospite nell'album. Moltheni collabora e dona la voce al primo pezzo non strumentale dell'album: un brano più lento rispetto ai precedenti, con suoni diluiti che ben si distendono sotto la voce. Il pezzo però non si trattiene ed esplode a metà, dopo due minuti infatti il ritmo cresce sempre più, e Moltheni dimostra di saper adattarsi anche alle melodie un pò più movimentate. Altri due passaggi cinematografici: "noir n.5" e "song songun". Due tracce che guidano in maniera strumentale alla seconda stella. "stella che non ricorda niente" è il secondo duetto dell'album, quello con i Velvet. Qui si parte veloci, per creare l'atmosfera giusta, che bene si adatta al testo, tipicamente velvet, ma che il gruppo sa trasformare in qualcosa di più interessante. Da qui in poi, con "confessioni di un cuoco criminale" (ottimo titolo per un thriller), "alla fine dei conti", "tempo dopo" (traccia che vede le sperimentazioni di Nuccini) e "come una milonga", si passa per molteplici atmosfere disegnate usando gli strumenti in tutti i modi che il gruppo conosce: con lunghi arpeggi, con distorsioni ed esplosioni di batteria. L'outro (la già citata "come una milonga") è forse l'unico brano nel puro stile post-rock, che si presenta come una sorta di finale allungato, una pillola amara - come può essere la fine di un disco piacevole - che va ingoiata lentamente.
Ti avvii verso lo stereo per mettere sù Angles, primo album degli Hot Gossip e una raffica di schitarrate ti investe in pieno petto. Ed è solo "intro". Solo un avviso: "preparati, perchè il bello deve ancora arrivare". E di bello ce n'è tanto. Dopo meno di un minuto arriva "five", fa il suo ingresso il suono distorto del basso colorato minimamente solo da un suono 8 bit. All'arrivo della chitarra, con il suo riff tipicamente garage il ritmo comincia già a prenderti. Ti muovi, ti viene voglia di saltare e lo fai, quando il pezzo esplode sul ritornello. "do it" è un'altra scarica di puro e divertente rock'n'roll cantato in stile perfettamente british. Appena cinque minuti, e sei già al quarto brano: "real mess". Qui si comincia a sentire il caratteristico sound degli Hot Gossip, chitarra e basso che camminano a braccetto mentre la canzone arriva ad un ritornello che può essere considerato pop, senza però scadere nel banale. Ti viene voglia di organizzare una festa all'istante, quando il simpatico giro di basso di "mother says" non ha ancora introdotto un altro brano che non può essere ricordato se non come puro divertimento. Se volete organizzare una festa, "john rowland" - personaggio della serie tv desperate housewives - sarà felice di partecipare. Il brano è simpatico quanto divertente e con l'aggiunta di una tastierina horror che ci sta divinamente. Un pizzico di novità all'interno dell'album viene portata da "(things happen) on a tuesday" che ricorda i Mclusky da molto, molto vicino. "same old" è l'ennesimo pezzo in stile british, che alterna chitarre distorte e chitarre pulite in continuazione, ed inserisce - prima che tutto degeneri in una raffica di suoni new-wave - anche un coro in stile Queens of the stone age. Altro giro, altra festa "before tonight" è un veloce pezzo punk che ci porta a "la mort", altro brano che pur avendo il solito retrogusto british presenta un sapore nuovo. "no party" (oh, finalmente ce l'hanno messa la parola party in una canzone...) è un punk che accresce la potenza che l'album aveva illustrato finora. In "stab city" è il batterista a dare il meglio di sè, martella e martella fino alla fine del brano. Per finire, "haarp". L'outro che è il brano altro: altro nel senso che stravolge totalmente i venti e passa minuti passati. Altro nel senso che... insomma la sentite la voce effettata? la batteria che sembra quasi elettronica? la chitarra ripetitiva e pseudo-campionata? Non vi preoccupate, scherzano. Alla fine ritornano con una sorta di outro in pieno stile Angles.
La domanda che ti salta immediatamente in mente è: "c'è davvero tutto questo bisogno di parlare d'attualità?". La risposta migliore dovrebbe essere: no. Ma non è così. Tempi bui si basa quasi esclusivamente su questo.
Primo album di questa ensemble canadese, a metà tra post-rock e avanguardia rumoristica (molto più di un semplice noise). Cinque - apparenti - tracce che in realtà sono di più. Si apre con "ferrari en feu" una moderna "scooter + jinx" dei Sonic Youth che dopo più di tre minuti diventa un brano dal sapore puramente orecchiabile (leggi "avant-pop"). Obiettivo di questo piccolo - ma ricco - album è stimolare l'ascoltatore e abituarlo al noise. Il suono che si può identificare in questo lavoro è fatto di pura sperimentazione, e su questa va avanti, anche per 7, 8 minuti (come in "tu n'avais qu'une oreille") oppure come nei dodici minuti di "ce n'est pas le jardins du luxembourg", che invece si tengono meno sul rumore e più sul minimalismo sonoro, crescendo pacatamente tra uccelli e gabbiani mentre una cassa, col suo suono martellante, ci tiene per mano e ci accompagna verso la conclusione dell'album.
Il rumoroso esordio del duo canadese, sembra inizialmente calmo, ma poi si sviluppa in puro stile post-rock: man mano che la miccia si consuma, fa il suo graduale ingresso l'esplosione. Duo, à la White stripes o Hella, ma che con questi non ha nulla da spartire, dalla formazione inusuale: batteria e viola, strumento che qui scopriamo particolarmente adatto alle sperimentazioni noise. Momenti da ricordare sono in tutto l'album, anche se in alcuni pezzi (come "winternational") questi sono messi più in evidenza. All'ascolto salta subito all'orecchio la grande creatività del batterista che - distruggendo/stravolgendo il normale set di percussioni - scopre e mostra nuovi orizzonti sonori, basati sul mettere in risalto strumenti non comuni (come in "propane tank" - brano incentrato totalmente su una serie di suoni metallici). Fanno passare il tempo ispirandosi a gruppi come New order (come in "new blue monday") e Can (le batterie ricordano molto, correggetemi se sbaglio). L'album è una buona prova, buona per dimostrare che qualcosa di buono si può ancora fare e - soprattutto - che non tutto è stato già fatto.
Il blitz degli Yeah Yeah Yeahs è alle nostre orecchie. Ci aspettavamo un altro lavoro basato su potenti quanto minimali movimenti/movimentati di chitarra, un pizzico di elettronica e l'ecletticità di Karen O? Beh, lasciate ogni speranza. "It's Blitz" rappresenta il completamento del percorso che il gruppo aveva intrapreso con "Show Your Bones": non più il garage punk dei primi lavori ma un nuovo sound, tutto un nuovo sound. Gli YYYs degli esordi sono stati una vera e propria rivoluzione per una determinata scena musicale, quella poi divenuta famosa come "garage punk revival". Come a dire "noi abbiamo fatto il nostro, lasciamo la nostra eredità a quelli che verranno e cambiamo totalmente genere". Cambiare genere per creare e plasmare ancora nuovi suoni. Nuovi suoni vicinissimi alla musica elettronica di oggi, quella che si ascolta nei dancefloor, diciamo, un pò più alternativi: scelta neanche tanto sbagliata, che mira a conquistare anche i technofili più convinti. Anche se è un pò un dispiacere, ammetterlo.