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E così anche Il teatro degli orrori, tra le migliori band del panorama italiano del momento, è arrivato al secondo lavoro, traguardo che molte volte è più difficile dell'esordio. Soprattutto se sostenuto da un così ben fatto primo primo lavoro (come era stato "dell'impero delle tenebre"). Ci sono cose dei precedenti lavori: come le distorsioni che dipingono benissimo quello che il cantante detta, un cantato incazzoso, ancora rigorosamente in italiano, che non esclude piccole sfumature romantiche e sognanti. Ma ci sono anche cose nuovissime, inserite con perfetta lucidità, senza mandare un buon lavoro a puttane (come succede fin troppo spesso): ci sono idee che spingendosi ben oltre la musica arrivano nella letteratura, ci sono gli archi, c'è un pò d'elettronica, ci sono numerosissime collaborazioni (giusto per citarne qualcuno: Jacopo Battaglia batterista degli Zu, Giovanni Ferliga degli Aucan e i Bloody Beetroots). Parlando dell'album, beh, posso dirvi che ad un primo ascolto vi lascia senza fiato, come un pugno nello stomaco. I testi diretti e violentemente realistici, azzeccati alla vita che viviamo, vi lasceranno affascinati e immobili, immobili a pensare: "è normale che in italia dobbiamo sapere queste cose da un gruppo rock?". No non lo è, ma questa è un'altra storia. L'album, proprio per spiazzarti subito, dal primo secondo, parte con "ti aspetto", con un rumore bianco che non ti fa sapere subito cosa devi aspettarti. E nemmeno quando il pezzo inizia capisci di cosa sarà fatto l'album, se non in parte: un testo, non cantato ma raccontato, su una base elettronica, quasi teatrale, va avanti per un pò. Quando invece viene su "in due", la violenza musicale del primo album ricompare, i testi scritti come racconti e non come qualcosa di breve da ripetere e ripetere, ti senti piacevolmente sollevato, e scopri immediatamente che la mancanza che avevi del primo album è volata via. E "A sangue freddo"? è un capolavoro, non una semplice canzone, ma una vera protesta fatta di parole vere, crude e reali, e di una base musicale che tiene bene su la potenza che il brano nasconde in sè. Una canzone dedicata a Ken Saro Wiwa, scrittore, attivista e intellettuale nigeriano (non vi dirò altro, tanto basta leggervi il testo per capire). Una canzone che ti fa passare sopra a cose strausate come "pagherete tutto, pagherete caro". "Mai dire mai" si apre come "Scooter+jinx" dei Sonic Youth, ma che alla fine diventa una disquisizione sull'uso della formula "mai dire mai", di grande potenza musicale che non disprezza un finale lento, per chitarra acustica. "Direzioni diverse" è una poesia che sa di elettronica, una quasi dance dal sapore strano. "Non posso più sopportare / i miserabili al potere" è la frase iniziale di "Terzo mondo": anche questa guidata da una rabbia non nuova (basta prendere in esame il "ma porca miseria", buttato fuori dalle viscere). E quando arrivate a "Padre nostro" non state leggendo male, è proprio una rivisitazione: un urlo, una preghiera per sentirsi liberi dal male. Una preghiera per attaccare tutte le cose brutte del mondo, sentendosi - nel cuore - disarmati ("non soltanto Dio non governa il mondo / ma neppure io posso farci niente / non è compito mio, ci penserà qualcun'altro"). La musica anche qui, è il classico sound distorto e cattivo del gruppo, con qualche innesto qui e là di elettronica. Altra rivisitazione, questa volta puramente letteraria, è in "Majakovskij" rilettura in musica/rumore di "all'amato se stesso dedica queste righe l'autore". Una musica, da definire piuttosto una colonna sonora, su cui si adagia il parlato di Pp. Capovilla: due elementi fondamentali di una poesia in musica con alcune chicche geniali (come "...se io fossi silenzioso..." dopo il quale tutto tace per qualche secondo, oppure in "...come il tuono..." dove il "tuono musicale" esplode, fantasticamente dissonante). E in "Alt!" c'è un richiamo alla tradizione cantautorale italiana, quando viene urlato all'inizio "questa è la storia di uno di noi", ma non solo: c'è anche un richiamo ad una più triste realtà italiana (se non mondiale). Protagonista di questa canzone è la violenza e l'abuso di potere di chi il potere ce l'ha, forse senza merito. "E' colpa mia" si apre con un riff che richiama un pò qualcosa di pop, ma che viene stravolto dopo poco. Il testo sembra proprio un'ammissione di colpa, di colpe che tutti abbiamo e su cui passiamo - stupidamente - sopra, tenendo presenti versi come "è colpa mia ... non ci avevo mai pensato ... non presto mai troppa attenzione ... mi crolla il mondo addosso ... non me ne frega niente...". E da una riflessione sulla gente, si passa ad una riflessione sulla vita: "la vita è breve", una canzone pseudo-romantica, racconto di un omicidio d'amore o un amore criminale ("...non ti darò nè il modo nè il tempo di andartene seccata come al solito, ti troveranno solo quando sarà troppo tardi..."). L'album si conclude con "Die zeit": un lunghissimo crescendo che per un pò di tempo conta solo sulle parole di Pierpaolo e con la batteria che segue fedelmente. Una sorta di finale diluito, allungato e reso meno duro da ingerire. Che fa uscire piano piano un buon album politico, di vera protesta: quella portata avanti con il cuore e con la rabbia, oltre che con la musica. Uno dei migliori album del duemilanove, insomma, se non il migliore.
BOYS OF BRAZIL - boys of brazil (ep) 2007
SIDEARM - sing cinema 16! sing! (ep) 2008
SPEAKER GAIN TEARDROP - particle protocol 2008
Enima - demo (2009)
Quattro brani che dividono il lavoro in due parti: le prime due tracce ("l'eremita" e "il bivio") sembrano composte in chiave pop, con qualche piccola variazione che richiama al prog degli anni d'oro (un certo richiamo ai Marillion e lo stacco pseudo-Jethro Tull), dove la voce a stento sembra riuscire a legare a pieno con la musica. Sembra più il contrario, un testo sotto cui è stato adattato un tappeto musicale che a volte ci sta, altre proprio no. La seconda parte, nettamente più interessante, si apre con "la guida" che butta un occhio alle cose più commerciali dei Pink Floyd, senza disprezzare qualcosa di più moderno col retrogusto da rock d'ambiente. Brano che a metà scivola in uno strumentale stracolmo d'elettronica gestita davvero bene. Ed è questo il lato interessante degli Enima: cattivo, potente, distorto. "enima", pezzo finale, resta strumentale, e strizza, più di prima, l'occhio al post-rock riuscendo a far camminare insieme tutti gli strumenti che il gruppo ha a disposizione, in modo molto interessante. Quello che manca al gruppo - a parere nostro - è una maggiore versatilità della cantante, che si spinge poco oltre i confini del rock classico. Ma siamo sicuri che col tempo (che molte, tante volte aiuta) anche questo aspetto troverà il modo giusto di valorizzare a pieno un progetto che si dimostra dotato di buone qualità e una non banale creatività.
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Male di grace - demo (2007)
Prima di tutto un occhio buttatto allo stoner e alla psichedelia, una voce (o meglio ancora, due) che ricordano gruppi importanti della scena indie italiana come Marlene Kuntz, ma non solo (qualcosa ricorda pure i Deasonika), un'attitudine che ti spiazza e che ti colpisce lasciandoti piacevolmente scosso. Tre brani su quattro funzionano più che bene: la strumentale "Il paracadutista equino" mischia il desert rock con un comportamento pronto a spaccare tutto appena l'ascoltatore si distrae. "Dolce miele" è un brano che ci mette un pò a partire, ma che quando lo fa - quando entrano le voci, capovolgendo totalmente il ritmo del brano - lo fa sul serio (vedi per esempio quando le due voci ti urlano "non ci resta che vedere se funziona" - e direi che si, funziona). La chiusura ("ninna nanna per grisù"), invece, porta all'orecchio sonorità più diluite e strumentali rispetto alle precedenti a metà tra psichedelia e - soprattutto - un post-rock non pulito. C'è molto di già sentito, ma rinnovato in un modo particolare. Che è sicuramente un punto a favore.
||| MYSPACE |||
Inutile tentare di nascondere chi si cela dietro il nome Sick Tamburo perchè ormai se n'è parlato su tutto il web. Inutile dire anche che ultimamente c'è una paura delle novità, dei cambi di abito di gruppi come Arctic Monkeys e dei vecchi Prozac+. Gian Maria (Mr.Man) ed Elisabetta (Boom Girl) avevano voglia di aggiornare il vecchio progetto e di portarlo alla versione 2.0. Ed è quello che è accaduto in questo album con l'aiuto di Doctor Eye e String Face: Sick Tamburo, arrivato ad aprile, è una rivisitazione elettropunk del vecchio sound dei prozac. Riff a metà tra l'industrial dei Rammstein (volendo esagerare un pò, lo ammetto) e l'elettronica schizzata dei Mindless Self Indulgence (senza Jimmy alla voce) ci fanno camminare attraverso le dieci tracce del cd (se escludiamo l'intro e l'outro). Dieci tracce fatte di ripetitivi (ripetitività voluta, chiariamo) riff di chitarra e batteria, e dei testi che parlano d'amore tossico, di società malata e di persone dipendenti. Sotto questo aspetto, niente di nuovo rispetto al vecchio progetto, ma l'evidente rimodernazione della musica è da apprezzare. Si sente, comunque, in sottofondo il retrogusto di prozac+ ("tocca 24-7") ma ancora di più, ciò che stupisce è che la voce in molti punti ricorda quella di Mara Redeghieri dei primi Ustmamò ("intossicata", "dimentica") e che, spingendosi ancora di più nei meandri dell'underground italiano, "sogno" ricorda una versione distorta dei Plastico. Per non parlare poi di "parlami per sempre" che nel ritornello sembra portare in scena il Caparezza di "vengo dalla luna". Insomma, un progetto - come già detto - da apprezzare prima di tutto per la forza dimostrata nell'iniziare di nuovo da zero, ma anche perchè, come una meteora, è capace di attraversare velocemente più di una buona decina d'anni di musica alternativa italiana.
In due, da Genova, le she said what?! ci portano un pò di sano noise'n'roll. Due donne (che nella musica sono sempre troppo poche) che cantano, urlano e declamano sopra un basso-lavatrice e una batteria che sa il fatto suo. Fantasiose rumoriste e stonate filastrocchiste andate in acido, capaci di colpirvi per l'onestà dei loro giri semplici e diretti: impossibile da spiegare, meglio ascoltare.